In Memoria del Pastore Enrico Morra

Attraverso i miei occhi

Ero molto religiosa, fin da bambina. Non era una cosa imposta dalla famiglia, veniva da dentro, da un’inclinazione naturale verso Dio che non sapevo spiegarmi ma che sentivo vera. Ho fatto lezioni di catechismo ai bambini per tanti anni, frequentavo la chiesa con regolarità e con convinzione. Non ci andavo per abitudine o per rispettare una tradizione, ma perché volevo andarci, perché sentivo che quello era il mio posto, la mia casa spirituale.

Mi sentivo una persona giusta davanti a Dio. Avevo un impegno concreto, una vita regolata secondo i valori che conoscevo. Non avevo motivo di mettere in discussione niente.

Insieme a mio marito e a tanti amici di Giugliano in Campania (NA) facevamo parte di un’associazione cristiana. Ci riunivamo non solo la domenica, ma tre volte a settimana. Preparavamo pacchi alimentari per i poveri, visitavamo chi aveva bisogno, organizzavamo momenti di preghiera e di comunità. Eravamo un gruppo portante anche nella parrocchia, persone conosciute, rispettate, coscienziose. 

Tutto questo mi rendeva felice, dava un senso pieno alla mia vita. Avevo Dio, o almeno credevo fermamente di averlo.

Il terremoto

Un giorno andai in gita al santuario di San Gerardo con mio figlio Antonio, che allora aveva due anni. Era una di quelle gite semplici, fatte solo tra mamma e bimbo, una giornata serena fuori dalla routine. Non immaginavo cosa mi aspettava al ritorno.

Quando rientrammo, trovai mio marito che davanti a tutta l’associazione stava pronunciando queste parole che ancora oggi porto nel cuore e nella mente come se le avessi sentite ieri:

«Io lascio. Ho incontrato Cristo nella mia vita, perché i vostri insegnamenti sono contrari alla Parola di Dio».

Nel mio cuore successe un terremoto. Una cosa improvvisa, totale, che non riuscivo a contenere né a spiegare. Era come se il terreno sotto i piedi avesse ceduto. Non capivo. Non riuscivo ad accettarlo. Lui, che voleva parlare a noi e a me di Gesù! A me che fin da bambina avevo frequentato la chiesa, che avevo vissuto sempre una vita religiosa. Dentro di me cresceva una resistenza fortissima. Gli dicevo, quasi con disprezzo: «Tu hai bisogno di questo, io no. Tu hai bisogno di qualcosa che ti sistemi la vita, ma io sto già bene, io Dio ce l’ho già».

Era arroganza la mia, anche se allora non lo vedevo. Era la stessa arroganza di chi pensa di non aver bisogno del medico perché la sua malattia è silenziosa.

La lotta di un anno e mezzo

Quella che seguì fu una lotta che durò un anno e mezzo. Una lotta contro di lui, contro le sue parole, contro questa “novità” che aveva portato in casa e che stava cambiando tutto, giorno dopo giorno, senza che io riuscissi a fermarlo né a ignorarlo.

Da una parte ero contenta, perché vedevo davanti a me un altro uomo. Un uomo trasformato, con una pace che non aveva mai avuto prima, con una dolcezza nei confronti miei e dei nostri figli che era diversa, più profonda, più stabile. Non era il frutto di uno sforzo, era qualcosa che veniva da dentro. E quella differenza era reale, visibile, impossibile da negare.

Dall’altra parte, ero arrabbiata. Arrabbiata perché non riuscivo ad accettare che fosse proprio lui a parlarmi di Gesù. Lui che aveva vissuto dissolutamente e commesso tanti errori. Quella contraddizione mi consumava.

Eppure, c’era una cosa che non potevo ignorare: mio marito non solo parlava, ma alle parole faceva seguire i fatti. Di notte lo trovavo in preghiera: da solo, in silenzio, con la Bibbia aperta davanti a lui. Non lo faceva per farsi vedere da me, ma perché era diventato il respiro della sua vita. Quella coerenza, più di qualsiasi argomento, cominciò lentamente a smontare le mie difese.

Mi faceva leggere versetti semplici. Non teologia complicata, non ragionamenti astratti. Frasi essenziali, dirette, come quelle di Gesù che dice: “Io sono la via, la verità e la vita, nessuno va al Padre se non per mezzo di me”. Parole così semplici che anche mentre lo contrastavo, mentre cercavo qualcosa da obiettare, dentro di me cresceva una certezza silenziosa che non riuscivo a spegnere: era la verità. Non riuscivo a dirlo ad alta voce, non ancora. Ma non riuscivo nemmeno a negarlo.

La lotta non era solo con mio marito. Era con me stessa. Con quella parte di me che non voleva cedere, che aveva costruito tutta la propria identità religiosa su qualcosa che cominciava a sembrare un guscio vuoto.

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Sotto un albero

Il 25 aprile del 1986, sotto un albero, durante un picnic, ho aperto il cuore a Gesù. Come un tappo che saltava dopo una pressione troppo lunga, qualcosa cedette. Non fu un’emozione passeggera, fu una resa consapevole, una scelta reale. Cominciavo a riconoscere chi era Gesù per la mia vita, che ero una peccatrice non nel senso di chi ha commesso grandi crimini, ma nel senso di chi ha vissuto separata da Dio. Avevo bisogno di Lui. Non di religiosità, di Lui.

Così dissi con il cuore: «Signore, sto lottando contro tutto e contro tutti. Ma io Ti amo e Ti voglio. Voglio che Tu faccia parte del mio cuore».

Capii in quel momento una cosa che non avevo mai afferrato prima, almeno non con quella chiarezza: avevo avuto un Dio “esterno” per tutta la vita. Un Dio che rimaneva in chiesa, che abitava nell’edificio, che era presente durante la messa e poi spariva quando chiudevo il portone dietro di me. Una bella religiosità di facciata. Quella maschera che uno si mette quando entra e poi toglie quando torna a casa e diventa di nuovo sé stesso, con le sue paure, le sue ansie, le sue lotte che nessun rito poteva mai veramente raggiungere.

Lo Spirito Santo cominciò a comporre il mio cuore. Sì, è questa la parola giusta: “comporre”. Perché non solo toglieva ciò che era sbagliato, ma riorganizzava tutto dall’interno, rimetteva ogni cosa al suo posto. La verità mi rese libera. Libera dalla maschera della performance religiosa, libera per incontrare davvero Dio.

Come è iniziato tutto

Per capire la mia storia bisogna anche capire la sua. Mio marito aveva cominciato il suo cammino circa due anni prima del mio. Era iniziato tutto non da fuori, ma da dentro, da un’inquietudine che cresceva silenziosamente in lui già da tempo.

Facendo parte dell’associazione e frequentando la vita della parrocchia, mio marito aveva sentito un’esigenza che era diventata sempre più pressante: conoscere davvero la Parola di Dio, non solo citarla nelle preghiere. Era arrivato al punto di comprare la Bibbia per tutto il gruppo! Perché, come ripeteva sempre con una serietà che non capivo ancora, «Noi siamo cristiani ma non conosciamo la Parola di Dio».

Aveva avuto contatti con vari gruppi religiosi e monasteri. Non perché fosse confuso o instabile, ma perché era alla ricerca. Cercava quella risposta che sentiva mancargli ancora. Nel leggere le Scritture, aveva cominciato a rendersi conto che la sua vita – quella vera, quotidiana, concreta – non era conforme a ciò che Gesù chiedeva. Non era una questione morale superficiale. Era qualcosa di più profondo: dentro c’era un vuoto che niente riusciva a riempire. Cercava la fonte, non solo l’acqua.

Un giorno, per strada, un missionario del ministerio “Cristo è la Risposta” lo fermò. Notò la croce a forma di Tau che mio marito portava al collo, quella di San Francesco, e gli chiese cosa significasse. Mio marito rispose con semplicità che gli piaceva la figura di Francesco d’Assisi. Il missionario cominciò a parlargli di Gesù, non in modo astratto, ma raccontando la propria storia. Parlò di un’esperienza di fede che non era avvenuta in un santuario, né durante un rituale, ma in un carcere, nel momento in cui aveva arreso la sua vita a Dio, in ginocchio, in una cella, e aveva chiesto perdono dei suoi peccati. Fu una testimonianza così vera, così lontana da ogni formalità religiosa, che lo scosse nel profondo.

Io lo vedevo diverso in quei giorni. Un po’ più silenzioso, un po’ più pensieroso. Pensavo che ci fosse qualcosa che non andava, qualche preoccupazione di cui non mi parlava. Non sapevo che stava accadendo qualcosa di molto più grande.

Il giorno in cui si mise in ginocchio

Dopo mesi di dialoghi con quel missionario e con altri fratelli cristiani evangelici, dopo tante serate passate a leggere la Bibbia, dopo domande e discussioni che duravano ore, un giorno mio marito tornò a casa, salì in camera e chiuse la porta.

Io non sapevo niente di quello che stava per accadere. Si mise in ginocchio, da solo, e chiese perdono a Dio. In quel momento, Dio trasformò totalmente la sua vita. Non gradualmente, completamente.

Chi lo conosceva lo notava. Non era più lo stesso uomo. Quella tristezza sottile e quel vuoto che aveva cercato di riempire in tanti modi erano spariti. Al loro posto c’era qualcosa che non sapevo ancora come chiamare, ma che si vedeva. Pregava prima di mangiare. Si alzava la mattina e la prima cosa era Dio. Non come dovere, come necessità. Come respiro.

E dopo tanti anni, fino all’ultimo giorno della sua vita, è rimasto fedele a quella visione. Aveva capito qualcosa che non lo abbandonò mai più: che solo Gesù poteva aprirgli il cuore, che solo Lui poteva togliere quel vuoto e quella tristezza. E non ebbe mai motivo di dubitarne.

La prima persona a cui andò a raccontare la sua esperienza fu un amico che conoscevamo, Nunzio, uno di quelli con cui mio marito aveva già parlato di Dio. Quello stesso giorno, dopo averlo ascoltato, Nunzio lo portò nella chiesa evangelica di Secondigliano (NA) e, sempre quel giorno, mio marito testimoniò pubblicamente, davanti a quella comunità che non conosceva ancora, della grazia che aveva ricevuto. Non aspettò di capire tutto, non aspettò di sentirsi pronto. Quella sera raccontò.

A Giugliano – il paese in cui vivevamo – esisteva già un piccolo gruppo di credenti evangelici. Tramite quel caro amico Nunzio, mio marito si aggiunse alla piccola chiesa di Giugliano. Poi, uno dopo l’altro, molti del gruppo di cui avevamo fatto parte si convertirono. Mio marito era stato tra i primi. Io fui quasi l’ultima, dopo un anno e mezzo di resistenza.

Un uragano

Io lo chiamavo “un uragano”. È la parola più giusta per descriverlo. E questo è quello che mi manca di più, adesso che non c’è.

Già dal mattino si vedeva chi era. Si svegliava sempre con lo stesso pensiero: Dio. Andava a dormire con quel pensiero, e si svegliava con il pensiero di coinvolgermi nella preghiera mattutina. Non era una proposta, era una missione. Ogni mattina, senza eccezioni, senza stanchezza, senza rinunciare anche quando io rimandavo.

Io rimandavo, sì. Anche dopo la mia conversione, anche da credente. Aspettavo il caffè, aspettavo la colazione, aspettavo di svegliarmi del tutto. Avevo un ritmo diverso dal suo. Lui era pronto subito, io avevo bisogno dei miei tempi. Lui con pazienza, ma senza cedere, mi ripeteva sempre la stessa cosa: non rimandare la preghiera, perché dopo ti metti a fare le cose di casa, arriva qualcuno, e poi diciamo dopo pranzo, e dopo pranzo siamo stanchi, e così la giornata passa senza aver cercato Dio.

Aveva ragione. Ogni volta aveva ragione. Lo sapevo, ma spesso era ugualmente difficile ammetterlo.

Questo insegnamento quotidiano, ripetuto ogni giorno per anni, sembrava pesante in certi momenti. Ma adesso, con la distanza che il tempo dà, riconosco che era l’opera di Dio nella sua vita. Non era solo un marito premuroso che voleva pregare con la moglie. Era un uomo convinto che la preghiera fosse la cosa più importante della giornata, più importante del lavoro, più importante di qualsiasi altra cosa. Quella convinzione non veniva dalle parole: veniva dalla concretezza della vita.

Con i figli era uguale. Non si stancava mai di coinvolgerli, di spiegare, di rispondere alle domande, di spingerli alla preghiera familiare. Aveva capito che la fede non si trasmette con i discorsi. Si trasmette con la vita vissuta ogni giorno, con la coerenza visibile, con la fedeltà che dura nel tempo.

La chiamata

La passione di mio marito non era una cosa privata. Si vedeva, si sentiva, contagiava. Aveva una passione per la Bibbia che non diminuì mai nel tempo, una passione per le persone che andava a evangelizzare e per l’opera di Dio che considerava la ragione principale per cui era in piedi ogni mattina.

Nel piccolo gruppo di Giugliano era sempre attivo. La sua passione era reale, e le cose reali si trasmettono senza bisogno di parole. Chi lo ascoltava sentiva che parlava di qualcosa che conosceva personalmente, per esperienza diretta.

Dopo pochi anni dalla conversione, i fratelli della chiesa di Giugliano riconobbero in lui quella maturità e quella stabilità che lo caratterizzavano. Fu chiamato al ministero di anziano, insieme ad altri fratelli, per collaborare nella chiesa di Giugliano. Non fu una sorpresa. Era la conseguenza naturale di come viveva.

Ha sempre servito quella chiesa con fedeltà, senza mai mettere sé stesso al centro. Senza nessuna ambizione umana. Una chiesa in cui non c’è posto per un uomo al centro, ma c’è posto solo per Dio: questa era la sua visione, dalla quale non si è mai discostato. Nei decenni in cui ha servito il Signore, attraverso i cambiamenti, le difficoltà, le stagioni belle e quelle dure, è rimasto fedele a quella visione che aveva avuto il giorno in cui si era messo in ginocchio in camera sua.

Il ministero profetico

C’è un’altra cosa che voglio raccontare, perché sarebbe un’omissione non dirlo. Mio marito era usato da Dio attraverso le parole profetiche. Non era qualcosa che ricercava o di cui si vantava. Lo Spirito Santo parlava attraverso di lui con una precisione che non poteva venire dall’uomo, con dettagli che solo Dio poteva conoscere.

Nel corso degli anni, tante persone sono venute a testimoniare: fratelli e sorelle da ogni parte d’Italia che ricordavano una parola ricevuta anni prima, in un momento preciso della loro vita, una parola che aveva indicato una direzione e dato incoraggiamento.

Io stessa sono stata testimone di molte di queste esperienze nel corso della nostra vita insieme. Ho visto persone che venivano a trovarlo senza che lui sapesse niente di loro, e uscivano con il cuore aperto, con le lacrime agli occhi, con quella certezza che solo lo Spirito Santo può dare: Dio mi vede, Dio sa, Dio parla.

Questo non lo rendeva speciale nel senso umano della parola. Lui stesso era il primo a sapere che quel dono non era suo, lo stava solo amministrando per la gloria di Dio. Lui era uno strumento. Lo sapeva, lo diceva, ci teneva a dirlo. La profezia non è la capacità di qualcuno, è la voce di Dio che sceglie di passare attraverso chi si è svuotato abbastanza da non frapporre niente tra sé e il Padre.

E forse è proprio per questo che Dio lo usava in quel modo. Perché si era svuotato. Perché aveva imparato, nel corso di tanti anni di preghiera e di croce quotidiana, a non mettere sé stesso al centro. Quella camera dove si era messo in ginocchio per la prima volta, tanti anni fa, era rimasta il centro della sua vita fino all’ultimo.

Quello che rimane

Siamo certi che è stato Dio a metterci qui, a Giugliano, nel nostro paese. Non è stato un caso. L’ha voluto Lui. E se siamo ancora qui, se quella piccola, e adesso grande, chiesa esiste ancora e continua a crescere, è per la Sua grazia e per la Sua mano, non per la nostra bravura.

Ringrazio Dio per la vita di mio marito. Per il suo esempio, per quello che mi ha trasmesso giorno dopo giorno, per la pazienza con cui mi ha aspettata quando ero lontana, per la fedeltà con cui ha camminato fino all’ultimo. Ha trasmesso qualcosa che non muore con lui. Ha trasmesso una visione, un modo di stare davanti a Dio, una serietà nell’amore per la Parola che chi lo ha conosciuto porta dentro.

«Non rimandare la preghiera», questa era la sua frase. Semplice, quasi scontata. Eppure, in quella frase c’era tutta la sua teologia pratica, tutto ciò che aveva capito di Dio e della vita.

Io non la rimando più.

Grazie, Gesù.
Giovanna Ciccarelli

Pastore Enrico Morra
15-07-1951 | 08-03-2026