Giovedì 18 Novembre 2010 09:08

Jonathan Edwards (Parte III)

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4. La ricerca della Santità

“poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo”. (1 Pietro 1.16)

Nel precedente articolo abbiamo visionato i proponimenti di Jonathan Edwards che, come ho già detto, non erano una serie di rigide regole religiose da seguire, ma bensì il frutto del suo amore per Dio e del voler essere sempre più simile a Lui.

Ammirava di Dio in particolar modo una caratteristica, più di tutte le altre,  che desiderava raggiungere per se stesso. Nel suo diario scrisse:

“Dio m’è apparso come un Essere affascinante, principalmente a motivo della sua santità. La santità di Dio m’è sempre parso il più affascinante di tutti i suoi attributi.” ¹

Dopo aver terminato il college, Edwards si trasferì a New York, dove per un anno sostituì un pastore nel ministero. Fu qui che la ricerca della santità si fece più intensa. A proposito di quei giorni scrisse:

“Mentre mi trovavo li i miei aneliti a Dio e alla santità s’erano molto intensificati. Puro ed umile, santo e celestiale, il cristianesimo mi appariva oltremodo attraente. Sentivo un desiderio ardente d’essere in ogni cosa un cristiano completo, conformato all’immagine benedetta di Cristo, così da poter vivere, in ogni cosa, in ottemperanza a quelle pure, dolci e benedette regole del Vangelo. Mi sentivo struggere dal desiderio di fare dei progressi in tutto ciò, cosa che mi spinse a ricercare e ad insistere su tali cose. Combattevo incessantemente, di giorno e di notte, e mi esaminavo costantemente su come avrei dovuto essere più santo e vivere più santamente, diventando maggiormente un figlio di Dio e un discepolo di Cristo. Ricercavo ora un accrescimento della grazia, della santità ed una vita santa, con ma molto maggior zelo di quanto non avessi mai fatto prima di possedere la grazia. Presi ad esaminarmi di continuo, a studiare e a lottare nei modi e nelle maniere che mi parevano adatti a vivere santamente, con molta maggiore diligenza e fervore di quanto non avessi mai fatto per nient’altro in vita mia [...].

Il cielo al quale anelavo era un cielo di santità: essere con Dio e trascorrere la mia eternità nell’amore divino e nella santa comunione con Cristo. [...]
Non v’era altra parte della santità d’un essere vivente di cui non avvertissi la bellezza come l’umiltà, il cuore afflitto e la povertà di spirito, e non c’era nient’altro che potessi agognare sì intensamente. Ecco a cosa anelava il mio cuore: a prostrarsi davanti a Dio, fin nella polvere, così che io non potessi essere nulla e Dio potesse essere tutto, divenendo come un bambino.” ²

 

5. L’umiltà

Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola. (Isaia 66.2)

Come ben traspare dall’ultima citazione, Edwards amava la santità e in particolare l’umiltà. I suoi sforzi nel cercare di essere gradito a Dio non erano affatto un mezzo di “autogiustificazione”, bensì egli era consapevole che potevano procurargli  una forma di autoesaltazione, e per evitarlo lottava continuamente contro il suo orgoglio.

Dopo l’esperienza come predicatore a New York,  Edwards si trasferì a Yale per insegnare, e in seguito fu chiamato al ministero a Northampton per sostituire come pastore il nonno deceduto, il grande Solomon Stoddard. Alcuni scritti di quel periodo mostrano come, nonostante il suo nuovo incarico, mantenne una concezione bassa di se stesso.

“Spesso, da quando son venuto a vivere in questa cittadina, ho avuto delle percezioni molto sconcertanti della mia peccaminosità e della mia abiezione, con tale frequenza ed intensità da farmi restare in una specie di pianto convulso alle volte per lungo tempo, così che talora sono stato costretto ad impormi il silenzio. Ho percepito in un modo assai più ampio la mia malvagità e la cattiveria del mio cuore, come mai prima della conversione.
Non saprei come esprimere meglio in che modo mi appaiono i miei peccati se non sommando infinito ad infinito e moltiplicando infinito per infinito. Spessissimo, in questi molti anni, tali parole mi arrovellano il cervello e sono sulla mia bocca: “infinito su infinito! Infinito su infinito!”. Quando guardo nel mio cuore e do uno sguardo alla mia malvagità, essa m’appare come un abisso infinitamente più profondo dell’inferno.
Ultimamente ho sospirato a lungo per avere un cuore afflitto e per essere prostrato davanti a Dio. Quando chiedo umiltà non posso sopportare il pensiero di non essere più umile d’altri cristiani. Infatti, mi sembra che il loro livello d’umiltà sia sufficiente per loro, ma che lascerebbe me, che ho bisogno d’essere il più mortificato di tutti, in uno spregevole stato di autoesaltazione. Altri parlano della loro brama d’essere “umiliati sino alla polvere”: questa potrebbe essere per loro un’espressione adeguata, ma io penso sempre, per quanto mi riguarda, che dovrei dire – ed è un espressione per me naturale e che utilizzo in preghiera da molto tempo -: “Giacere infinitamente prostrato davanti a Dio”. E sono turbato al pensiero di quanto di quelle profondità incommensurabili ed infinite di malvagità, d’orgoglio, d’ipocrisia e d’inganno di quand’ero giovane cristiano – e quant’ero ignorante! – m’è rimasto nel cuore.” ³

Fu in questa “Valle verdeggiante dell’umiliazione” che Edwards crebbe maggiormente, riuscendo ad assaporare in modo più dolce che mai, quanto fosse tanto più grande di “Infinito su Infinito” la grazia di Dio.

 

6. L’uso del tempo e l’impegno energico.

Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi;  ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi. (Efesini 5.15-16)

Tra i proponimenti della vita di Edwards che mi hanno colpito maggiormente, vi sono i numeri 5, 6 e 62.

“Mi propongo di non perdere mai un momento del mio tempo, ma di usarlo nel modo più proficuo che mi sia possibile.
Mi propongo di vivere con tutta la mia forza finché avrò vita. [...]
Mi propongo di fare solo il mio dovere e, secondo Efesini 6:6-8, di farlo con animo e con gioia, come un servizio reso al Signore e non agli uomini: “Sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore.”⁴

Edwards dava un grande valore alla vita e ad ogni suo attimo, per lui ogni cristiano doveva sfruttare al massimo il proprio tempo a disposizione per Dio e ogni cosa, anche  non prettamente religiosa, doveva essere fatta con grande gioia e con il massimo impegno, come se fatta per Dio.

Anche in questo egli disciplinò se stesso. La mattina era solito alzarsi molto presto per sfruttare al massimo ogni giorno. Durante i suoi viaggi in cavallo rifletteva e meditava molto, annotava poi su un foglio di carta i vari procedimenti del suo ragionamento, infine spillava il foglio al cappotto, in modo che al suo rientro in casa fosse obbligato a rileggere i pensieri annotati. Addirittura esaminava gli effetti dei vari cibi sul suo metabolismo, e quando doveva dedicarsi allo studio della Parola evitava quelli che potessero provocargli sonnolenza e stanchezza.

Tutte queste abitudini viste con occhio umano possono sembrare molto strane e farci anche sorridere, forse perché non abbiamo ancora raggiunto quella passione che ci porta a dedicare ogni nostro sforzo ed attimo della vita per la gloria di Dio e per l’avanzamento del Suo Regno.

 

7. Lo studio della Parola.

Beato l’uomo… il cui diletto è nella legge del SIGNORE, e su quella legge medita giorno e notte. (Salmo 1:1-2)

Per quanto riguarda il pensiero di sfruttare al massimo il tempo, Edwards lo tradusse in pratica  soprattutto in relazione allo studio della Parola. Spesso trascorreva 13 ore al giorno nel suo studio, dove studiava la Parola di Dio, preparava i sermoni, e riceveva le persone della sua chiesa che avevano bisogno di consulenza.
Edwards amava le Scritture come nient’ altro, un suo biografo riferisce che egli “conosceva la teologia, avendola imparata non da qualche sistema o da commentari, ma dalla Bibbia stessa e osservando la relazione di Dio con il creato”.
Fin da piccolo il padre lo abituò a studiare con la penna alla mano, così Edwards rilegò la sua bibbia in modo da inserire un foglio bianco in ogni pagina, dove poteva segnare delle annotazioni.
Alcuni dei suoi proponimenti riguardavano la conoscenza della Parola di Dio e di Dio stesso.

“Mi propongo, se le circostanze non me lo impediscono, di fare immediatamente quanto mi è possibile per risolvere i vari quesiti teologici che potrei trovarmi a rispondere.
Se nel far ciò, dovessi provare un qualsiasi sentimento di peccaminosa gratificazione o compiacimento che procedono dall’orgoglio o dalla vanità, mi propongo di mortificarlo. [...]
Mi propongo di studiare le Scritture diligentemente, costantemente e frequentemente, affinché possa rendermi conto in modo chiaro di crescere nella conoscenza della Parola.”⁵

Edwards non fu mai un lettore passivo della Parola, cercava sempre di scavare in profondità e non si accontentò mai dello stato della sua conoscenza. Settimana dopo settimana, anno dopo anno, desiderava vedere crescere in lui la conoscenza del suo amato Dio.
Inoltre questa vasta conoscenza teologica non fu mai fine a se stessa.  Non fu mai un freddo teologo, egli era primariamente un adoratore, un esempio vivente di ciò che spesso viene detto, ossia che la teologia deve portare alla dossologia.

In un sermone predicato alla sua chiesa disse:

“Non cercate di crescere nella conoscenza solo perché desiderate l’approvazione altrui, oppure perché in questo modo sarete in grado di discutere con altri. Piuttosto, cercate la conoscenza per il bene dell’anima vostra e per vivere nell’obbedienza… Vivete secondo la conoscenza che possedete perché questo è il modo per conoscere di più.”⁶

 

¹ I.Murray, Jonhatan Edwards p. 137

² Ibid., p. 87-88

³ Ibid., p. 139-140

⁴ Jonathan Edwards, Lampade Ardenti e Splendenti, p. 60-61, 67-68

⁵ Ibid., p. 61, 63

Ibid., p. 95

Davide Varchetta