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Blog Sulla Via della Correzione
Lunedì 14 Gennaio 2013 16:16

Sulla Via della Correzione

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Il titolo di questa riflessione prende spunto dal cammino intrapreso dai discepoli verso Gerusalemme con al loro capo Gesù, propenso e cosciente nell'andare a morire sulla croce per i peccati dell'umanità. Direzione Gerusalemme, è questo un percorso necessario per chi aspira mediante la grazia ad entrare nella Gerusalemme celeste. Mentre Gesù adempiva il piano di Dio, noi dunque simbolicamente ci apprestiamo a camminare verso di essa allo scopo di esserne partecipi nel futuro. Necessaria in questa via percorsa è la correzione che ognuno di noi deve ricevere per accedere al Regno di Dio. Proprio come Gesù prese la Parola più volte (v.32,36,38,39,42) in questo testo, correggendo, ammonendo ed incoraggiando la vita dei suoi discepoli prima della Sua dipartita, così noi nati di nuovo riceviamo la nostra parte di correzione in questo tempo, dove i nostri sentimenti più vili e diabolici dovranno tramutarsi in viscere di misericordia, benignità, umiltà, mansuetudine e pazienza (Colossesi 3:12).

La prima domanda da porsi nel verso 32 è come mai i discepoli dopo essere stati tre anni fisicamente assieme a Gesù, nei quali avevano visto la potenza di Dio manifestarsi in miracoli e prodigi di ogni genere, palesando un'autorità non comune a quei tempi, erano ancora timorosi e sgomenti al punto da seguirlo con una insicurezza caratteriale e sentimentale tale da non onorare la Sua Persona. La risposta arriva direttamente dalla Parola di Dio. Infatti Gesù in Marco 9:31 ammaestrava i suoi discepoli sul come sarebbe terminata la sua missione terrena. Vi è scritto che “Il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei capi sacerdoti e degli scribi; ed essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno nelle mani dei gentili.” Al verso seguente è riportato che “Essi però non comprendevano questo parlare e avevano timore di interrogarlo.”
Alla luce di questo verso il timore, la paura, i sentimenti altalenanti dei discepoli hanno origine dal discorso stesso di Gesù. Essi non avevano una piena conoscenza di ciò che il Maestro intendeva dire, ma per vari motivi compresero che le loro certezze stavano per crollare. Essi infatti pensavano che un uomo come Gesù potesse portare sul piano politico una nuova ribalta a dispetto dei danni causati dall'oppressione romana di quei tempi. Luca 24:21 recita “Or noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele”. Vedevano in Lui un uomo che stava rivoluzionando persino il sistema vuoto e privo di vitalità della religione ebraica. Era definito un vincitore, uno a cui anche il regno delle tenebre era sottoposto dato che gli indemoniati si manifestavano, gli zoppi camminavano rettamente e i ciechi recuperavano la vista. Essi avevano  persino lasciato ogni cosa pur di seguirlo, case, poderi, lavoro ecc. Il Suo insegnamento inoltre andava contro ogni principio insegnato dai rabbini. Infatti precedentemente trovandosi dinanzi al giovane ricco, Gesù verificò il Suo amore con il “termometro” del materialismo, chiedendogli di abbandonare ogni cosa per amor Suo e dell'evangelo. Il Maestro esclamò a chiare lettere che un ricco difficilmente sarebbe entrato nel Regno dei cieli a motivo della troppa affezione riposta sui beni terreni. “Perchè dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Matteo 6:21). I rabbini predicando tutt'altro, coglievano l'occasione non solo di affermare che le ricchezze fossero il frutto della benedizione di Dio (Deuteronomio 8:18), ma soprattutto che rappresentassero l'approvazione stessa del Creatore verso un'anima. Essi infatti poggiavano il loro insegnamento sulle opere della legge, ossia un ricco secondo il loro credo aveva maggiore possibilità di fare del bene, meritandosi quindi il cielo.
Da questo episodio possiamo trarne certamente un insegnamento. Molte volte nella nostra esperienza personale ci siamo noi stessi creati delle certezze in cui confidare, spesso sotto forma di ragionamenti provenienti dal nostro io. E come i discepoli spesso ci ritroviamo anche noi timorosi e sgomenti, o meglio smarriti, perdendo la visione che ci eravamo prefissati. Gesù con il Suo intervento, talvolta forte e deciso, deve con tanta pazienza mediante la Sua Parola rinnovare le nostre menti, facendoci fare anche qualche esperienza nuova come nel caso appunto dei figli di Zebedeo con la loro richiesta. L'episodio che a breve mediteremo, ha come protagonisti due discepoli, in particolare Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo che godevano di grande stima ed amicizia nei confronti di Gesù, come del resto l'altro apostolo Pietro che aveva anch'egli goduto più di ogni altro uno stretto contatto con il Maestro. Tutti e tre avevano sperimentato esperienze forti che altri discepoli non potevano enumerare. La risurrezione della figlia di Iairo, la trasfigurazione, il Getsemani potevano divenire motivo di orgoglio se non controllati e sottomessi allo Spirito di Dio. Talvolta quando per mezzo della grazia di Dio facciamo esperienze forti con Gesù non dobbiamo mai dimenticare che in noi è presente una natura incline al male. “Perciò, chi  pensa di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Corinzi 10:12). La richiesta che Giacomo e Giovanni fecero era del tutto estranea alla volontà di Dio, rimarcando nel proprio cuore ambizione, superbia ed egoismo. Ciò che però ci incoraggia più di ogni cosa è che uomini fallaci come loro, sperimentando la correzione di Gesù per mezzo dell'opera della grazia dello Spirito Santo e la disponibilità dei loro cuori ad essere modellati, divennero successivamente colonne portanti della Chiesa primitiva. Spesso in mezzo ai figli di Dio si sentono parole di  rassegnazione più che di  fede nella Parola di Dio e nel suo piano glorioso di trasformazione operante in noi. E credendo erroneamente che certi stili di vita condotti dai santi siano irraggiungibili, si conduce una vita di fallimenti e sconfitte continue, i quali si sostituiscono ad un grande proposito da parte di Dio, non realizzato né centrato. Procedendo nell'analisi del testo scorgiamo che tuttavia essi si accostarono (v.35), come a simbolizzare la preghiera indirizzata a Dio, ed è per questo che intendiamo l'amore di Dio come un propulsore che ci incoraggia ad  andare a Lui anche quando le nostre motivazioni sono sbagliate. La disponibilità di Gesù fu immediata. Al v.36 è scritto: “Che volete che io vi faccia?”
I loro propositi per niente nobili non furono ripresi da Gesù preventivamente come in occasione precedente (vedi Marco 9:33-34), ma il Maestro decise di  palesare le loro intenzioni. Allo stesso modo accadde che gli altri discepoli (v. 41) erano intenti a divorarsi, nutrendo gelosia l'uno per l'altro. La domanda che  sorge spontanea è perchè Gesù non abbia fermato tutto prevenendo una tale caduta dei suoi discepoli o perchè non abbia pensato che sarebbe stato meglio precedere la loro richiesta, come del resto aveva  già fatto precedentemente. La risposta è semplice: Gesù doveva far conoscere ai suoi discepoli il peccato che albergava non solo nel cuore dei figli di Zebedeo, ma in parte nel cuore di tutti loro.
Tale episodio ci insegna che, mentre siamo accanitamente intenti a chiedere per motivi sbagliati ed egoistici, Dio non ci frena subito ma piuttosto lascia che noi stessi passiamo per esperienze poco piacevoli al fine di correggerci. Queste esperienze Gesù le chiama letteralmente “calice della sofferenza” (v.38). Egli per rinnovare le menti dei discepoli più volte parla di sofferenza, proprio a testimoniare come essa sia necessaria nel piano divino per la trasformazione di noi stessi. La sofferenza ci conduce all'ubbidienza (vedi Ebrei 5:8). Così i due discepoli presero l'ardire di affermare con le loro labbra “Si lo possiamo”, “possiamo affrontare in modo magnifico quel calice che tu (Gesù) dici che dobbiamo bere!”
Essi del tutto impreparati a tali eventi fallirono miseramente. Ciò che però veramente ci interessa non è tanto la risposta dei discepoli, ma bensì l'affermazione  di Gesù (v.39) “ Voi certo berrete il calice che io bevo”, a testimonianza del fatto che i due discepoli, come del resto tutti eccetto Giuda, furono completamente cambiati dalla potenza trasformatrice della grazia. Chiunque in quel momento vedendo la loro malvagità e insensibilità nei confronti delle cose spirituali avrebbe giudicato e altresì condannato la loro vita, etichettandola come un fallimento continuo. Erano infatti tre anni che seguivano Gesù ovunque andasse,vedendo miracoli di ogni genere, indemoniati liberati ma essi stessi non erano ancora quelli che Dio desiderava che fossero.
Forse ti senti condannato dal diavolo, oppure hai avuto a che fare con qualche maldicenza proveniente  dallo stesso corpo di Cristo, tuttavia non cadere nell'autocommiserazione, non fare spazio all'amarezza, perdona chi ha pronunciato una tale sentenza sulla tua vita e continua a seguire Gesù con tutto il tuo cuore. Rimetti la tua fede in Lui, ricorda a te stesso chi erano Giacomo e Giovanni e chi divennero più in avanti.
C'è speranza per il tuo avvenire, Dio ha pensieri di bene e non di male per la tua vita. La sofferenza patita dai due discepoli fu immersa dalla gioia traboccante dello Spirito presente in loro. Giacomo morì di spada per mezzo di Erode, divenendo così il primo apostolo  martire per la testimonianza di Gesù. Giovanni allo stesso modo visse più di tutti quanti gli altri, ma non fu da meno quanto alla sofferenza patita, infatti fu esiliato a Patmos a motivo della Parola di Dio, terminando così i suoi giorni nella solitudine. La via che ci porterà alla Gerusalemme celeste passa attraverso questo sentiero irto, ripieno di spine e di triboli, ma che porterà cambiamento alla nostra vita. Lasciamoci correggere dallo Spirito Santo, mostriamo la nostra disponibilità alla Sua azione, onoriamo il Padre con la nostra fiducia in Lui in ogni circostanza e non opponiamoci come Giobbe che fu rimproverato da Dio nel bel mezzo delle prove, il quale affermò: “Chi è costui che oscura il mio disegno.......?” (Giobbe 38:2). Crediamo che Dio ha sempre un disegno glorioso per noi, qualunque sia la nostra avversità. Egli ha già uno scopo dietro a ciascuna di esse. Non aspettiamo un cambiamento futuro, quello che avverrà nel cielo ove saremo perfetti, quasi a giustificazione della nostre azioni. Dio dice che oggi tu puoi divenire una persona completamente rinnovata e trasformata dalla grazia! Dio ti benedica!

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