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Blog Discernere i tempi
Martedì 14 Febbraio 2012 10:15

Discernere i tempi

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“Allora si avvicinarono a lui i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo, e i tuoi discepoli non digiunano?» Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo fare cordoglio finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni che lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa nuova sopra un vestito vecchio; perché quella toppa porta via qualcosa dal vestito vecchio e lo strappo si fa peggiore. Neppure si mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti gli otri scoppiano, il vino si spande e gli otri si perdono; ma si mette il vino nuovo in otri nuovi e l'uno e gli altri si conservano” Matteo 9:14-17.
Il brano appena letto si riferisce al momento in cui Gesù chiama Matteo a seguirlo. Quest’ultimo è al banco delle imposte, pubblicano, schedato come un traditore della nazione; in quanto impostore è disprezzato da tutti, ma Gesù gli chiede di seguirlo (questa è la misericordia del nostro Dio!) e Levi decide di preparare un gran banchetto in casa sua. Tra i commensali ci sono pubblicani, peccatori,  invadenti, gli interessati a comprendere chi sia Cristo, i farisei che, saturi di scetticismo ed uno spirito critico, sono pronti a puntare il dito contro l’operato di Gesù per denigrarLo, ed infine i discepoli di Giovanni il Battista.

Questi ultimi come anche i farisei erano legati alle forme esteriori e ai ritualismi. Molto probabilmente era il periodo in cui il popolo avrebbe dovuto digiunare, un “digiuno pubblico” se così possiamo definirlo, uno dei due della settimana di cui si parla in Luca 18:12, in cui, chi rispettava la liturgia, faceva mostra della propria religiosità (Marco 2:18) e ricercava l’approvazione altrui (Matteo 6:16). Mentre l’unico digiuno obbligatorio per la legge era quello del Levitico nel giorno dell’espiazione, che Gesù avrebbe sicuramente rispettato.
I discepoli di Giovanni nutrivano dei dubbi riguardo il ministero di Cristo, incertezze sfruttate al tempo stesso dai farisei per inveire contro Gesù. Non facciamo dei nostri dubbi l’arma di cui il diavolo si serve per denigrare l’opera del Signore nella nostra vita. Non sempre comprenderemo i progetti di Dio perché spesso la nostra razionalità farà da limite alla comprensione delle realtà spirituali. Ma noi crediamo in un Dio Sovrano e la nostra fede la riponiamo nella Sua sovranità poiché Egli è al di sopra di qualsiasi piano umano o satanico ed avrà sempre l’ultima parola.
Gesù non stava vietando la pratica del digiuno ma cercava di spiegare che una cosa giusta fatta con la predisposizione sbagliata rimane una cosa sbagliata; una cosa giusta fatta nel momento sbagliato è sempre una cosa sbagliata. Il “digiuno gradito a Dio” non deve essere assolutamente un’imposizione religiosa ma un’attitudine spirituale derivante da varie circostanze che ci portano alla presenza di Dio con pentimento, contrizione e mortificazione della carne. Bisogna perciò imparare a discernere i tempi, e i discepoli fanno da monito a tutti noi. Quante volte digiuniamo nonostante “lo sposo è con noi”? Quante volte, offuscati dai nostri convincimenti anche spirituali, non riusciamo a discernere i tempi? Verrà certamente il giorno in cui ognuno di noi raggiungerà un determinato traguardo spirituale, ma non dobbiamo assolutamente confondere i nostri tempi con quelli del Signore. Perché potremmo essere “vestiti da funerale a un matrimonio e da matrimonio a un funerale”. Un cristiano è degno del titolo che porta non solo quando fa le cose in modo spirituale ma quando (e soprattutto) riesce a discernere i tempi in modo spirituale.
Se ci riferiamo al testo originale in greco, “amici dello sposo” dovrebbe essere tradotto come “figli dello sposalizio” o “figli della camera matrimoniale”. Le nozze ebraiche avevano delle caratteristiche particolari. Una delle peculiarità era che gli “amici dello sposo” dovevano provvedere qualunque cosa avesse a che fare con la camera matrimoniale per la giusta celebrazione delle nozze. I “figli dello sposalizio” sono coloro che, legati a Gesù e alle cose celesti, riescono a discernere i tempi che li circondano. Sanno che è il momento dello sposalizio, un momento importante per lo sposo e non vogliono nel modo più assoluto che per la loro negligenza e superficialità un fatto di così grande importanza possa essere fallace in qualche sua parte.
Perché Gesù usa l’analogia del pezzo di stoffa nuova su un vestito vecchio, o del vino nuovo in otri vecchi? I tessuti dei vestiti ebraici erano di materiale lanoso. Mettendo delle toppe di lana su di un vestito già consumato, alla prima bagnatura la stessa toppa poteva restringersi, diventare ruvida e staccarsi, e far divenire lo strappo peggiore di prima. Gli otri invece erano di un tessuto dotato di una certa elasticità. Se si usano otri vecchi che hanno perso la loro elasticità, alla fermentazione del vino non potendosi espandere, scoppiano e il vino si perde. Questo è un lavoro degno del titolo “amici dello sposo”? Certamente questa è una domanda retorica ma a cui dobbiamo porre molta attenzione. Non basta assicurarsi di essere figli di Dio, ma bisogna essere “figli dello sposalizio”, ossia persone e membri di un corpo che hanno un ruolo attivo in riferimento alle cose spirituali. Stiamo attenti che però anche un atteggiamento o un’attitudine spirituali che non ricadono in un contesto altrettanto idoneo diventino azioni moralmente giuste che appagano l’anima ma che non glorificano il nostro Dio.
Accade qualcosa nella vita del credente ad un certo punto: l’invasione del dubbio. Vi è una prima fase del cammino cristiano vissuta sulla cresta dell’onda, si va al massimo, lo zelo del primo amore è così forte da vivere pieni di passione e di ardore. Ma questo tempo finisce e si entra nella “pubertà spirituale”, un momento abbastanza critico in cui si comprende il costo della vita spirituale. E’ in un momento come questo che cresce in modo esponenziale la percentuale delle sconfitte e dei fallimenti. Normalmente l’adolescenza è caratterizzata dalla frenesia di voler raggiungere determinati obiettivi nonostante siano oltre le proprie possibilità. In modo del tutto analogo avviene anche nel credente nel pieno della “pubertà spirituale”. Se la passione per le cose celesti non è sostenuta da un’adeguata riverenza per le cose di Dio, diviene solo curiosità che porta  all’impazienza di arrivare a mete che a quel punto di spirituale non hanno niente, perché controllate dall’agitazione e dalla smania di fare, sentimenti questi che sfociano nell’incertezza, nella titubanza, nell’incredulità e infine nel formalismo religioso, proprio come accadde ai farisei. Se noi crediamo di voler fare un’applicazione del tutto automatica degli insegnamenti della Bibbia senza rispettare i tempi di Dio, sarà come mettere dei rattoppi su una religiosità logora e inconcludente; sarà come prendere del vino nuovo e metterlo in un recipiente che non può contenerlo. Quando il tempo passa il vino fermenta e se non abbiamo calcolato questo tempo (tempi spirituali per le cose di Dio) gli otri scoppiano.
La conclusione è che per tutte le cose c'è un tempo fissato da Dio: “Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Che profitto trae dalla sua fatica colui che lavora? Io ho visto le occupazioni che Dio dà agli uomini perché vi si affatichino. Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta” Ecclesiaste 3:1-11. Quest’ultimo verso è uno di quelli che definirei “di ristoro”, in cui viene potentemente rivelata la sovranità di Dio. Abbiamo letto “senza che alcun uomo possa scoprire l’opera che Dio ha fatto”, così come noi non possiamo comprendere perché Dio faccia avvenire certe cose in certi tempi. Se ci facciamo guidare completamente dal Signore, affidandoci ai Suoi tempi e non alle nostre frenesie, vedremo risultati eccelsi nelle nostre vite che porteranno gloria al nome di Gesù Cristo, e la cosa più straordinaria sarà questa: in tutto il nostro tragitto avremo riposato nella completa sovranità di Dio. Poiché Egli fa ogni cosa bella a Suo tempo!

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