Sabato, Novembre 18, 2017
Blog Come affrontare le prove
Giovedì 12 Gennaio 2012 19:28

Come affrontare le prove

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“Anche noi dunque, essendo circondati da una tale nuvola di testimoni, deposto ogni peso e il peccato che ci sta sempre attorno allettandoci, corriamo con perseveranza la gara che ci è posta davanti, tenendo gli occhi su Gesù, autore e compitore della nostra fede, il quale, per la gioia che gli era posta davanti, soffrì la croce, disprezzando il vituperio, e si è posto a sedere alla destra del trono di Dio. Ora considerate colui che sopportò una tale opposizione contro di sé da parte dei peccatori, affinchè non vi stanchiate e veniate meno” (Ebrei 12:1-3). Il contesto storico di questo brano è molto importante al fine di comprendere l'intensità e il punto estremo di una prova verso cui Dio può spingere i propri figli, per testarne la fede. Secondo alcuni studiosi lo scrittore della lettera è incerto, benchè molti esegeti della Bibbia hanno tentato di dare delle proprie opinioni in base allo stile della scrittura; noi invece non ci azzarderemo a farlo, poiché lo Spirito Santo non ha ritenuto opportuno evidenziarlo.

Molto probabilmente la lettera era indirizzata ad alcuni Giudei convertitisi a Cristo durante la Pentecoste e non solo. Essi erano tentati di ritornare alla loro vecchia religione, fatta di riti e sacrifici previsti dal patto mosaico, e per questo motivo tutta la lettera si occupa di Gesù come superiore all'imperfetta figura mosaica e ai sacrifici connessi, altrettanto imperfetti rispetto all'unico perfetto sacrificio dell'Agnello di Dio. Il testo ci fornisce chiarimenti circa la prova di fuoco che li affliggeva (Ebrei 10:32-34), e ciò che colpisce più di ogni altra cosa non è tanto la persecuzione fisica a cui furono sottoposti, benchè molto forte, ma la privazione dei loro beni.

Oggi, sia nel contesto mondano che tra i credenti stessi, purtroppo vi è un attaccamento morboso alle cose materiali. Molti cristiani sono afflitti da questo genere di ossessione, ma la Scrittura ci indica come possiamo riceverne liberazione, seguendo il consiglio dell'autore della lettera stessa.

Innanzitutto attraverso la fede, infatti le parole “Anche noi dunque, essendo circondati da una tale nuvola di testimoni” si riferiscono al cap. 11, dove sono elencati i cosiddetti “eroi” della fede che non ricevettero “le cose promesse ma, vedutele da lontano, essi ne furono persuasi e le accolsero con gioia, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra” (v. 13). Questa prospettiva di fede viene però difficilmente menzionata tra i credenti, piuttosto si cercano i benefici che ne scaturiscono. Tutto ciò non è sbagliato, ma ogni buon ministro di Cristo dovrebbe annunciare tutto il consiglio di Dio.

Passando al contesto storico, ciò sta ad indicare sia per gli israeliti convertitisi a Cristo e soprattutto per noi tutti che vogliamo seguire Gesù, che vi è un prezzo molto alto da pagare, e non un Vangelo fatto di prosperità economica e privo di sofferenza. Ma le sofferenze che affrontiamo sono intense quanto questa circostanza estrema descritta nel brano? Non è forse vero che ci lamentiamo con il Signore ogni qualvolta ci viene a mancare ogni piccola sicurezza che ci siamo costruiti? La mancanza di lavoro, gli affetti cari che ci dividono a causa di Cristo, il disprezzo degli uomini per la nostra fede ecc., sono solo alcuni degli esempi che possiamo citare al riguardo. Con questo non voglio assolutamente alludere ad un estremo opposto, perchè anche nelle difficoltà più atroci dobbiamo essere sicuri di due cose: Dio non ci prova mai al di sopra delle nostre stesse forze e soprattutto Egli ha determinato in se stesso di farci fare un salto di qualità nel cammino spirituale, affinchè un giorno potremo incontrarlo faccia a faccia per essere partecipi della sua santità. La certezza di tali promesse deve equipaggiarci a volare nelle difficoltà sulle ali della fede.

Abbiamo fin qui evidenziato le certezze che il credente deve nutrire nel proprio cuore nelle difficoltà, ma altresì sempre al verso 1 vi sono degli insegnamenti molto importanti, ossia gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino nella prova, quali i pesi ed il peccato.

I pesi per noi credenti rappresentano un ritorno alla schiavitù, in quanto ci tolgono la libertà di agire per Dio in modo efficace. La parola peso non è da confondere con il significato positivo dell'espressione, usato più volte nella Scrittura in riferimento ad uomini usati da Dio (es. Mosè) a favore del popolo (Esodo 18). Siccome lo scrittore agli Ebrei ci esorta a deporre tale peso per correre, ciò significa che vi è una difficoltà tangibile di correre speditamente per l'atleta che aspira al premio della vita eterna.

I pesi per il credente possono essere vari, come ad esempio i sentimenti, le passioni giovanili, ma soprattutto le preoccupazioni che tanto stanno affliggendo i credenti dell'ultima ora (Luca 21:34) “ Or fate attenzione che talora i vostri cuori non siano AGGRAVATI da gozzoviglie, da ubriachezza e dalle PREOCCUPAZIONI di questa vita...”. Il termine aggravati sta ad indicare proprio quanto prima espresso, e per giunta il rischio è quello di non essere pronti per il ritorno di Gesù.

Il Signore ha provveduto due modi per poterci “sbarazzare” dei pesi. Il primo è quello di condividerlo alla Sua Presenza, nel Salmo 55:22 vi è scritto “Getta sull'Eterno il tuo peso, ed Egli ti sosterrà; Egli non permetterà mai che il giusto vacilli”. Vi deve essere una comunione intensa e struggente con Gesù, simile a quella da Lui vissuta nel Getsemani sotto il peso schiacciante delle nostre offese. La perseveranza in preghiera e l'attesa in fede devono essere le prerogative del discepolo.

Il secondo è quello di condividerlo con altri discepoli, così recita Galati 6:2 “ Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete alla legge di Cristo”. Ovviamente è importante scrutare i discepoli maturi, ossia quelli che hanno una comunione con Gesù e la conoscenza della Sua Parola. La preghiera continua fatta dai discepoli per la causa che viene portata davanti al Signore, riceverà le risposte al momento opportuno.

Vi è ancora un altro ostacolo altrettanto importante da deporre ai piedi della croce, ossia il peccato che tanto ci alletta, poiché esso ci separa dal Signore togliendoci la Sua Presenza e la Sua guida. Il più delle volte i discepoli di Gesù pongono lo sguardo sulle azioni di disubbidienza eclatanti, quali le cadute grossolane tipo il fumo, la pornografia, l'adulterio ecc., piuttosto che come evidenzia lo scrittore agli Ebrei su quei peccati interiori nascosti agli uomini ma evidenti a Dio, quali l'amarezza e l'incredulità (Ebrei 3:19) (Ebrei 12:15). Satana opera al riguardo con maggiore sottigliezza, poggiandosi sulla nostra natura peccaminosa ed impedendoci in tal modo di correre la gara. Il risultato rovinoso è la perdita della grazia di Dio.

Deponiamo ogni cosa alla croce, dove la nostra natura adamitica è stata crocifissa e continuiamo la gara secondo la nuova vita che si rinnova di giorno in giorno all'immagine di Dio. Un ulteriore comando dato nelle prove è di correre con perseveranza la gara che ci è posta davanti. Ciò richiama alla mente l'atleta di Dio, quali noi siamo (2 Timoteo 2:5), che per mantenersi sempre in forma deve seguire un programma di allenamento costante, senza lasciarsi andare agli eccessi della vita, quali il cibo, la mancanza di riposo ecc. Questo ci responsabilizza come credenti, in quanto lo Spirito Santo ci esorta nelle difficoltà e non solo, ad essere disciplinati in ogni area della nostra vita piuttosto che disordinati come un tempo, quando vivevamo lontani da Dio secondo i desideri della nostra mente e della nostra carne. Inoltre correre ha un duplice significato: prima di tutto fuggire il male, proprio come fece Giuseppe che non tentennò davanti alla tentazione offerta dalla moglie di Potifar, ufficiale del Faraone, di consumare un rapporto sessuale illecito, ma fuggì (Genesi 39:12). Correre, inoltre, sta ad indicare l'urgenza di predicare l'Evangelo a questo mondo di tenebre.

L'espressione usata da Gesù “non salutate alcuno per via” (Luca 10:4) significa proprio questo, che non possiamo perdere del tempo prezioso in conversazioni pettegole e vane, ma dobbiamo riscattare il tempo, vivendo in maniera saggia i rapporti con il nostro prossimo, e annunciando con grazia la via di salvazione. Passando al verso 2, la Scrittura afferma che il nostro sguardo deve essere riposto su Gesù, autore e compitore della nostra fede. Gli Ebrei a cui l'apostolo si riferisce avevano visto con i propri occhi la vita terrena del Maestro, ripieno di bontà, di misericordia, di amore, che sopportò difficoltà ed afflizioni e per di più le affrontò con gioia, avendo come scopo primario l'ubbidienza alla volontà di Dio Padre ed infine la Sua esaltazione nei cieli dove si è posto a sedere alla destra di Dio.

Da questo insegnamento i credenti devono imparare a riporre il proprio sguardo sulla Parola di Dio, dilettandosi e prendendo forza in essa. Siamo chiamati come gli Ebrei a considerare la vita di Gesù, il suo ministero terreno caratterizzato da sofferenze e la sua compassione verso l'umanità corrotta e crudele, affinchè come dice l'apostolo Pietro “seguiamo le sue orme”, essendo certi che come il Figlio è stato esaltato così noi discepoli e fratelli del Signore possiamo ricevere il premio della vita eterna.

In ultimo nel verso 3, sempre del contesto di ebrei 12, lo scrittore usa due parole per descrivere due situazioni molto significative per chi si trova nella prova, che possono essere determinate dall'opposizione degli uomini, cioè stancarsi e venir meno. E' comprensibile che nel bel mezzo dell'afflizione si può venir meno quanto a forza e fiducia, dal momento che tutto il nostro intero essere partecipa a tale circostanza avversa. La vera forza nella debolezza la prenderemo solamente poggiandoci sulle promesse di Dio contenute nella Sua Parola, che accompagnate dalla preghiera e dallo Spirito Santo, sono rese vive ed inesauribili per il nostro spirito, anima e corpo (Isaia 40:29-31).

A Dio sia la gloria!

Ultima modifica Venerdì 13 Gennaio 2012 10:30

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