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Martedì 19 Aprile 2011 09:52

La Pasqua

Il Natale e la Pasqua sono indubbiamente le festività più sentite nel nostro Paese. Esse caratterizzano un periodo più o meno breve, istituito per ricordare la nascita di Cristo (il Natale), la Sua morte e la Sua resurrezione (la Pasqua). In realtà in quei giorni particolari, il cuore dell’uomo è rivolto molto più all’esteriorità della festa, ai regali e alle tavole imbandite, che non alla sua essenza, ovvero Gesù stesso. Pochissimi riflettono sul perché si seguono determinate tradizioni e credenze. Siamo in un mondo pieno di usanze e consuetudini che molto spesso accettiamo, senza però considerarne le reali motivazioni.

Nelle chiese evangeliche l’assenza della celebrazione della festa liturgica della Pasqua è una peculiarità che trova nella Bibbia riscontri ovviamente biblici, ma anche storici e culturali, che ci accingeremo pian piano ad analizzare.

La Pasqua è la prima di sette feste celebrate dagli ebrei (Esodo 12:1-13). La sua durata era di un giorno, il quattordicesimo giorno del primo mese di Abib o Nisan (coincide con i mesi di Marzo-Aprile). Fu ordinata da Dio, in origine, per ricordare sia la notte in cui l’angelo distruttore uccise tutti i primogeniti d’Egitto, sia la partenza del popolo ebreo dalla terra di schiavitù.

Il cerimoniale di questa festa era svolto nel seguente modo: si prendeva un agnello che doveva essere serbato per quattro giorni, durante i quali si accertava che fosse senza difetto alcuno. Poi si sgozzava l’agnello perfetto, divenuto anche oggetto di affezione per tutta la famiglia, e nel sangue ricavato dal sacrificio dell’animale, s’immergeva un mazzetto d’issopo e lo si aspergeva sull’architrave e sui due stipiti della porta, affinché l’angelo della morte passasse oltre tutte quelle case su cui era presente il sangue, risparmiando così la vita dei primogeniti ebrei. Immaginiamo con quanta ansia il figlio primogenito seguiva ogni gesto del capofamiglia, per essere sicuro che tutto fosse fatto secondo l’ordinanza divina, perché la giusta e minuziosa osservanza l’avrebbe salvato dalla morte.

Anche nel Nuovo Testamento, i versi biblici riguardanti la Pasqua, escludendo 1 Corinzi 5:7, sono riferiti alla “festività giudaica”. Ciò è comprensibile se si pensa al fatto che, nel primo periodo dell’era apostolica, esistevano comunità giudaico-cristiane, le quali, continuavano ad essere ossequenti delle tradizioni ebraiche. A prova di questa realtà, basti ricordare che fu necessario indire a Gerusalemme un Concilio dei rappresentanti delle chiese, circa tredici anni dopo il giorno della Pentecoste, per stabilire alcune norme che i cristiani non Ebrei avrebbero dovuto seguire (Atti 15:28,29). Dal Nuovo Testamento non risulta però, che i cristiani dell’era apostolica celebrassero una festa specifica per ricordare la risurrezione di Gesù.

Alla luce della storia del Cristianesimo appare evidente che, con l’affievolirsi dello spirito missionario ed evangelistico, alcune tendenze, proprie dei pagani, concorsero alla formazione di rituali che, sviluppandosi nel tempo, si codificarono poi in sistema liturgico.

Soltanto nel Concilio di Nicea (325 d.C.) si riuscì a concordare che la Pasqua fosse celebrata la domenica successiva al primo plenilunio, ovvero dopo l’equinozio di primavera. Ecco perché la data della festività oscilla tra il 22 di Marzo e il 25 di Aprile. Prima di allora, in Oriente esistevano date controverse tra coloro che celebravano la Pasqua, come gli Ebrei il quattordicesimo giorno del mese di Nisan, e coloro che la celebravano la domenica successiva al quattordicesimo giorno dello stesso mese. Mentre in occidente, la solennità era ricordata nella domenica successiva al plenilunio di primavera.

Molti riti pasquali sono estranei al ricordo della vera Pasqua. È stato dimostrato, ad esempio, che alcune delle tradizioni popolari della Quaresima e della Pasqua risalgono ad antichi riti propiziatori primaverili con lo scopo di spaventare i demoni dell’inverno e farli fuggire via.

Col tempo, la gioia per il sorgere del sole e per il risveglio della natura primaverile è stata accostata alla gioia relativa della risurrezione di Cristo, “Sole di giustizia”.

La primavera era sacra per gli adoratori che abitavano in Fenicia. La loro dea della fertilità, Astante o Ishtar (Afrodite per i Greci), aveva come simboli l’uovo e il coniglio. Da qui l’usanza di considerare le uova come immagine di fertilità e di vita.

I Persiani, ad esempio, regalavano le uova durante l’equinozio di primavera; gli Egiziani, i Greci e i Romani le coloravano e le consumavano nelle festività del periodo primaverile. Gli stessi studiosi cattolici lo confermano, scrivendo così nelle enciclopedie cattoliche: “Un gran numero di usanze pagane per celebrare il ritorno della primavera gravitano sulla Pasqua. L’uovo è il simbolo della vita che germina all’inizio della primavera… il coniglio è un simbolo pagano ed è sempre stato simbolo di fertilità”

Inoltre un’autorevole enciclopedia britannica afferma: “Non c’è nessuna indicazione nel Nuovo Testamento o negli scritti dei Padri apostolici che fosse osservata la festa di Pasqua. La santità di tempi speciali fu un’idea assente nella mente dei primi cristiani”

Oltre ad essere per Israele il ricordo di quella notte memorabile della liberazione dal giudizio dell’angelo distruttore e della partenza dall’Egitto verso la terra promessa, la Pasqua aveva un significato profetico (2 Pietro 1:19). “L’agnello senza difetto, maschio di un anno”, profeticamente simboleggiava l’agnello di Dio preordinato fin dalla fondazione del mondo, Gesù Cristo. “Sarà immolato sull’imbrunire”, profetizzava la morte di Gesù. “Il sangue sugli stipiti delle case”, rappresentava la purificazione dei peccati del nostro cuore con il sangue di Cristo.

La Pasqua, essendo stata profeticamente annunciata, ha avuto il tempo, il luogo adeguato e una via per l’adempimento. Tutto questo si è adempiuto in Cristo. L’adempimento nella vita del nostro Signore Gesù fu perfetto e completo. Mentre quello nella nostra esperienza è parziale.

L’esperienza spirituale è seguita troppo spesso dall’oscurità spirituale. Invece di progredire e permettere allo Spirito Santo di rivelarci il proponimento di Dio in Cristo, a causa della disubbidienza e dell’incredulità (come Israele), durante il nostro cammino, molto spesso ci accontentiamo di una gloria parziale e transitoria. Quando la vita religiosa si sostituisce alla vera vita spirituale, corriamo il pericolo di festeggiare la pasqua con i tre tipi di lievito che Gesù avvisò che non ci fossero nelle case degli ebrei.

A questo proposito ricordiamo che un altro elemento della Pasqua era il pane azzimo (senza lievito), che gli ebrei dovevano mangiare per sette giorni (Esodo 12:15). Il pane azzimo ci parla di santificazione, il numero sette ci parla di completamento e perfezione. Il credente è separato dalla religione, dalla carne e dal mondo ed è santificato per fare la volontà di Dio.

Il “primo lievito” è quello della religione, come quello dei farisei e sadducei (Matteo 16:6):

La religione dei farisei consisteva in molta esteriorità e poca interiorità. Era permeata da legalismo, cerimonialismo, opere morte, tradizioni e ipocrisie, caratterizzata da cecità spirituale e durezza di cuore. La religione dei sadducei, invece, corrisponde alla teologia liberale. Essi non credevano alla risurrezione, agli angeli e alla potenza soprannaturale.

Ancora oggi si perpetuano nello spirito di religiosità molte delle più grandi falsità del diavolo, ma la religione le considera come “spirituali”. Mai come in questo tempo è così vitale per ogni credente avere la conoscenza delle scritture ed esaminare ogni dottrina attraverso la Parola di Dio.

Il “secondo lievito” è quello della carne, del peccato (1 Corinzi 5:8):

In questa scrittura l’apostolo Paolo è profondamente preoccupato per il peccato e la carnalità presenti nella congregazione di Corinto, sotto forma di fornicazione. Perciò nell’autorità dello Spirito, egli combatte fermamente ed ordina che questo lievito o peccato sia rimosso dal loro mezzo. L’esortazione alla rimozione non solo era per la fornicazione, ma anche per la malvagità e la malizia.

Se qualche israelita consumava pane azzimo durante i sette giorni veniva messo fuori dalla congregazione e messo a morte. Non inganniamo noi stessi: la pratica del peccato, sotto qualsiasi forma, porterà alla separazione e alla morte spirituale.

Il “terzo lievito” è quello del mondo (Marco 8:15):

Erode era un pagano, una persona mondana, completamente ostile a Dio. Era un sovrano del regno delle tenebre. Il mondo è completamente ostile a Dio e pieno di odio verso Gesù Cristo e la Sua Chiesa.

Tuttavia, esso seduce e alletta molti cristiani. Il credente che soggiace abitualmente nella concupiscenza della carne, nella concupiscenza degli occhi, nell’orgoglio, continuando a vivere seguendo uno stile di vita mondano, porta dentro di sé il lievito di Erode. Essere pieni di intellettualismo moderno, filosofie e schemi umani, ma anche di compromessi, è come portare il lievito alla festa. Il mondo giace nel maligno, perciò purifichiamoci dal lievito di Erode.

Il termine italiano “Pasqua” è una traslitterazione dell’antica parola ebraica “pèsach” che significa letteralmente “passare oltre”, in ricordo della notte in cui Yahweh “passò oltre”, ovvero oltrepassò le case degli Israeliti in Egitto, contrassegnate dal sangue dell’agnello sacrificato, risparmiandone i figli maschi.

Secondo Levitico 23:5, la Pasqua ebraica corrispondeva al giorno in cui aveva inizio l’anno liturgico: “Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull’imbrunire, sarà la Pasqua del Signore”.

L’anno solare seguiva invece il suo corso ordinario. Con l’istituzione dell’anno liturgico, il Signore stipulò con il Suo popolo l’inizio di una nuova era. La redenzione del popolo doveva costituire il primo passo di un nuova vita. Il tempo delle fornaci di mattoni e dell’argilla era tramontato. Ma la festa, in ogni caso, doveva essere celebrata in maniera fedele ai dettami divini: “Sarà la Pasqua in onore del Signore”.

Bisognava riprodurre nel modo più fedele possibile quello che era storicamente avvenuto durante l’uscita dall’Egitto (Esodo 12:1). Si doveva uccidere l’agnello, spruzzare con il sangue gli stipiti delle porte e consumare il pasto con un atteggiamento da pellegrini. Si commemorava così la prodigiosa liberazione dell’esodo egiziano. La Pasqua doveva celebrarsi la sera del quattordicesimo giorno del primo mese (Nisan), mentre nel quindicesimo giorno aveva inizio la festa dei pani azzimi, che aveva la durata di sette giorni e terminava il ventunesimo giorno dello stesso mese. Quest’ordine è riconosciuto in Giosuè 5:10,11. Ma nella storia sacra, la parola Pasqua si applica talvolta all’intero periodo (Luca 2:41, Giovani 2:13,23, Giovanni 6:4, Giovanni 11:55). Riguardo all’ora della celebrazione della Pasqua, essa è espressamente fissata “fra i due vespri” (Esodo 12:6, Levitico 23:5, Numeri 9:3,5) o com’è detto altrove “in sulla sera come il sole tramonterà” (Deuteronomio 16:6). Quest’ora corrisponderebbe al principio del giorno quindici di Nisan, cioè la notte tra il quattordicesimo e il quindicesimo giorno.

In epoca tardiva, l’atteggiamento da pellegrino non fu più conservato. Gli agnelli erano uccisi di pomeriggio nel cortile del tempio, il sangue, raccolto dai sacerdoti in vasi, era versato vicino all’altare, e il grasso bruciato sull’altare stesso. Assieme all’agnello, veniva consumato anche del pane azzimo e delle erbe amare (Deuteronomio 16:1-8).

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, dice:“La nostra Pasqua, cioè Cristo è stata immolata” (1 Corinzi 7:17), attribuendo così, un significato tipologico all’agnello pasquale, offerto per la redenzione d’Israele, e applicandolo a Gesù, “l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo”.

Niente, però, lascia intendere che bisogna celebrare la Pasqua o che la stessa chiesa dell’era apostolica celebrasse tale festa. Ricordiamo che il giorno della resurrezione fu “nella notte del sabato quando già albergava, il primo giorno della settimana” (Matteo 28:1). La cena perciò era celebrata in tale giorno. A Troas, ad esempio, i credenti, nel primo giorno della settimana, si radunavano per rompere il pane (Atti 20:9), non per celebrare la Pasqua. Gesù aveva infatti detto, ai Suoi discepoli, di ricordare in questo modo la Sua morte e la Sua resurrezione. Si discute se il pasto con il quale Gesù istituì la Cena del Signore fu proprio quello pasquale. Gli evangelisti Matteo e Marco lo affermano nei seguenti versi: Matteo 26:18 e Marco 14:12. Certamente l’ultima Cena fu piena di risonanza e significati della Pasqua ebraica. Ma le analogie tra la Pasqua ebraica e la celebrazione della Cena, istituita dal Signore, non vanno ricercate nel rituale, ma piuttosto nei loro tre elementi comuni, ovvero: il concetto di liberazione, il valore del sacrificio e il carattere del memoriale.

Quando Dio stabilì la celebrazione della Pasqua disse: “Quando io vedrò il sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi per distruggervi quando percuoterò il paese d’Egitto”.

Nella Cena: “Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”, poi preso un calice rese grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati” Matteo 26:26-28.

Dio fa un patto di sangue con Israele, Gesù fa un patto nel Suo sangue con i redenti. Dio ha stabilito e scelto di preservare la speciale relazione tra Sè e il Suo popolo con questo patto, con la Sua parola di promessa e con il sangue sparso. Il Nuovo Patto annulla l’Antico, il Nuovo Testamento completa la Parola di Dio.

La liberazione del Cristo è completa. Per il riscattato una nuova vita è cominciata alla croce; egli è felice di essere salvato, lavato, purificato e giustificato. Il credente non deve mai dimenticare di non appartenere più a sè stesso, ma a Colui che lo ha comprato a caro prezzo.

L’Antico Patto non aveva la forza di liberare veramente gli uomini dal peccato e non consentiva l’accesso alla presenza di Dio, ma il Nuovo patto è fondato su migliori promesse.

Il valore del sacrificio nella Pasqua ebraica era: “Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell’anno…lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la comunità d’Israele, riunita lo sacrificherà al tramonto” (Esodo 12:5,6).

Il valore del sacrificio nella Cena del Signore era: “Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”, poi preso un calice e rese grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28).

L’epistola agli Ebrei spiega che Cristo fu allo stesso tempo il sacrificio, l’offerta e l’offerente.

Gli antichi sacrifici dovevano essere ripetuti di volta in volta, essendo solo l’ombra (Ebrei 10:1-4) di quello perfetto e completo di Cristo (Ebrei 9:11-14), l’unico con valore espiatorio, perciò irripetibile.

Consideriamo ora il carattere memoriale nella Pasqua ebraica:“Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione” (Esodo12:14).

Il carattere memoriale nella Cena del Signore era: “… fate questo in memoria di me”(Luca 22:19).

Al tempo di Gesù, il pasto pasquale aveva una liturgia diversa (Luca 22:17-20). La festa cominciava con una benedizione e una preghiera, con il passare tra i commensali un calice di vino, mescolato con acqua, un piatto d’erba e di salsa, dopo che il capofamiglia li aveva benedetti. A ciò seguiva il racconto della storia dell’istituzione divina della Pasqua, il canto del Salmo 113 e la benedizione del secondo calice. L’agnello arrostito intero, e le altre pietanze, erano imbanditi e mangiati, dopo che il calice era fatto passare una seconda volta. Ognuno riceveva la sua parte dell’agnello, delle erbe amare e dei pani azzimi, e si aveva gran cura che nessun osso fosse rotto. Quel che restava della carne era subito bruciato. Dopo la consumazione del pasto, c’era il passaggio di un terzo calice, ed infine i canti dei Salmi dal 114 al 118.

Dopo la Cena e il ringraziamento, Gesù passò alla spiegazione del suo nuovo significato, prendendo il calice con il vino, simbolo del Suo sangue con cui stava per stabilire il Nuovo Patto. Ordinò quindi di ripetere quella celebrazione in Sua memoria.

Da quanto detto si deduce che, spesso la celebrazione della Pasqua ha poco a che fare con il ricordo della morte e della resurrezione di Gesù. La cristianità, che non ha in sè la sostanza del vero cristianesimo, unisce usi pagani con insegnamenti cristiani. Non è valido qui il principio di usare il sacro per santificare quello che non lo è (Aggeo 2:12). La Pasqua non rappresenta una festività cristiana, né una ricorrenza o una liturgia, anzi, alla luce del Nuovo Testamento, la Pasqua è la Persona stessa di Cristo Gesù (1 Corinzi 5:7,8). Se abbiamo realizzato Gesù risorto e vivente nei nostri cuori e abbiamo fatto dei Suoi insegnamenti il nostro fondamento, allora ogni giorno della nostra vita è un giorno di festa. Gesù è l’agnello di Dio immolato una sola volta, ma ora è vivente e vittorioso per sempre.

Per cui, per mezzo dello Spirito Santo, possiamo dire: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello siano la benedizione e l’onore e la gloria e l’imperio, nei secoli dei secoli (Apocalisse 5:13).

“Togliete via dunque il vecchio lievito affinché siate una nuova pasta, come ben siete senza lievito, la nostra pasqua infatti, cioè Cristo, è stata immolata per noi” 1 Corinzi 5:7.

Dio ci benedica

Pastore Antonio Romeo

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