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Blog Nel giorno del ricordo
Giovedì 27 Gennaio 2011 09:29

Nel giorno del ricordo

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La parola biblica “Shoah”, che in ebraico significa letteralmente catastrofe, disastro, desolazione, venne adottata per la prima volta, nel 1938, dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla “Notte dei cristalli”, notte in cui furono deportati nei campi di concentramento circa trentamila ebrei e rase al suolo quasi trecento sinagoghe. Da allora definisce, nella sua interezza, il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, attuato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il piano dei gerarchi nazisti era quello di sterminare l’intera generazione di ebrei. Hitler voleva rendere tutto il mondo “libero dagli ebrei”. Questo, però, non corrispondeva al disegno di Dio: “L’Eterno fa fallire il piano delle nazioni e annulla i disegni dei popoli” (Salmo 33:10). Tra i numerosi assassinati e perseguitati dai fedeli collaboratori del regime antisemita, vi erano persone ritenute “indesiderabili”, appartenenti a ogni ceto sociale, tra cui anche zingari, omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti abituali, mendicanti, vagabondi e, fonti storiche hanno recentemente confermato la presenza di numerosi pentecostali, perché ritenuti “malati di mente”. Anche se il tributo più alto, in numero di vittime innocenti sterminate da una così atroce disumanità, fu pagato dalla popolazione ebraica.
Ben sei milioni di ebrei, tra giovani, anziani, neonati, uomini e donne, furono uccisi  indistintamente dalla violenza nazista. Deportati nei campi di concentramento, disseminati in tutta Europa, e sottoposti a condizioni proibitive. Privati della loro dignità e identità, i loro nomi trasformati in semplici combinazioni numeriche. Sulle loro vesti, i prigionieri erano obbligati ad indossare un simbolo, un triangolo colorato, che mostrava e dimostrava in questo modo la “colpa” per la quale erano stati internati. Gli ebrei, ad esempio, portavano due triangoli gialli sovrapposti a formare la stella di Davide. I deportati, inoltre, erano sottoposti a periodiche selezioni: i più deboli e coloro che non davano speranze di pronta guarigione erano condotti nelle camere a gas, oppure soppressi con iniezioni che avrebbero spianato la strada ad una triste morte. Insomma, uno scenario questo che definirlo terribile è ancora poca cosa.
Ripensando a quei giorni di estremo dolore, giorni in cui essere ebrei significava una condanna alla morte, qualcuno potrebbe chiedersi: “Dio, dov’eri mentre il Tuo popolo era perseguitato? Perché hai permesso tutto questo? Perché…Perché…”
Quante domande finalmente un giorno avranno risposta!
Analizzando la storia del popolo d’Israele, descritta approfonditamente nella Bibbia, si può notare come lo sterminio nazista sia stato soltanto uno dei tanti periodi dolorosi che hanno caratterizzato il suo percorso. Quante volte Israele ha disubbidito alla voce dell’Eterno e quante volte Dio, per amore di Sé stesso, ha dovuto correggere il Suo popolo! Dio ha sempre posto due scelte. Spesso però, Israele ha deciso di percorrere la strada sbagliata, quella che l’avrebbe portato lontano dall’Eterno. Ricordiamo quando il popolo mormorò contro Mosè riguardo al paese che Giosuè e Caleb avevano esplorato e che Dio aveva promesso di donare in eredità. Ma per la sua disubbidienza, Dio dovette provare il Suo popolo, costringendolo a vagare per ben quarant’anni nel deserto: “E tutti questi uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi che ho fatto in Egitto e nel deserto, e mi hanno già tentato dieci volte e non hanno ubbidito alla mia voce, certo non vedranno il paese che ho giurato di dare ai loro padri. Nessuno di quelli che mi hanno disprezzato lo vedrà” (Numeri 14:22-23).
Ancora, dopo la divisione dei due regni e il susseguirsi dei vari re che “avevano fatto ciò che è male agli occhi dell’Eterno”, concedendo il loro cuore agli dei stranieri e offrendo i loro figli in sacrificio agli idoli, sempre per la loro disubbidienza,  gli ebrei furono deportati in Babilonia per settant’anni: “Tutto questo paese diventerà una desolazione e un oggetto di stupore e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni” Geremia 25:9.
Dio aveva promesso al Suo popolo il Messia, Colui che l’avrebbe liberato dalla schiavitù eterna, ma Israele non lo riconobbe in Gesù. Considerato come il peggiore dei malfattori, umiliato e rifiutato, fu messo a morte. Ecco perché Israele, molto spesso, ha dovuto far fronte a dolori e persecuzioni. Da esso sarebbe nato il Messia, il Salvatore non solo del popolo ebraico ma di tutti noi, Sua progenie. Gli ebrei sono stati dispersi in tutto il mondo, oggi molti sono tornati e stanno tornando nella terra di origine, questo perché Dio deve completare le Sue promesse. Nella Bibbia è scritto che negli ultimi tempi, Israele dovrà subire ancora tante sofferenze, nazioni si uniranno con l’unico scopo di essere contro lo stato di Israele. Fino al giorno in cui il Figlio di Dio ritornerà in Gerusalemme, ed è scritto che i suoi gli chiederanno: “Dov’è il Messia che ci avevi promesso?” Ecco che Gesù mostrerà i segni dei chiodi nelle mani, e sarà allora che il velo davanti ai loro occhi cadrà e riconosceranno che Gesù Cristo era ed è il Messia, il Re dei Re.
“Può una donna dimenticare il bambino che allatta e non avere compassione del figlio del suo grembo? Anche se esse dovessero dimenticare, io non ti dimenticherò” (Isaia 49:15).
“Ti ho abbandonato per un breve istante, ma con immensa compassione ti radunerò. In uno scoppio d’ira ti ho nascosto per un momento la mia faccia, ma con un amore, un amore eterno avrò compassione di te, dice l’Eterno, il tuo Redentore”
(Isaia 54:7-8).

Dio ci benedica

Serena Di Domenico

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