Martedì, Novembre 21, 2017
Blog John Wesley
Giovedì 09 Dicembre 2010 16:34

John Wesley

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John Wesley (1703 – 1791), figlio di Samuel e Susanna Wesley, nacque a Epworth il 28 giugno 1703. Prima di iscriversi all’università di Oxford, John frequentò la scuola di Charter House, mentre del periodo che precedette questa esperienza si conosce ben poco. Si può però evidenziare l’importanza del ruolo rappresentato dalla madre nel periodo preuniversitario, sia per lui che per i suoi fratelli. Iniziato così il suo percorso formativo, nel 1720 arrivò poi alla Christ Church College di Oxford, la cui frequenza però contribuì scarsamente alla sua crescita spirituale. Fu definito “ un giovane allegro e brillante, con un gran senso dell’umorismo”. Iniziò a dedicarsi alla lettura delle Sacre Scritture e testi vari, ma soprattutto alla preghiera.

Nel 1725 fu nominato diacono della chiesa anglicana, e nel 1728 prete. Divenne poi capo dell’HolyClub, un gruppo di giovani dell’università di Oxford, cui si unì anche suo fratello Charles e George Whitefield, da cui nacque il movimento di risveglio del metodismo.

 

Analizzando la vita di Wesley da una prospettiva esterna, risulta agevole definirlo un vero ministro,  completamente devoto all’opera di Dio. Eppure in lui mancava qualcosa. Nonostante tutto, John non aveva ancora realizzato la cosa più importante per un cristiano: la salvezza dell’anima. Egli stesso alcuni anni dopo dirà:“tuttavia in questo tempo (aOxford) non avevo ancora acquisito una concezione di santità interiore“.

Un’esperienza da lui vissuta  poco tempo dopo, ben ne descrive lo stato interiore.

Una sera, al suo rientro dall’università, fu colpito profondamente dalle parole del portiere “sarò disposto a ringraziare Dio, anche per queste pietre su cui sono seduto”. Fu proprio la semplicità di parole espresse con tono amorevole a mettere in crisi il giovane Wesley. Si rese conto di non aver ancora realizzato l’amore di Dio e i veri sentimenti che animano un cristiano, nonostante i tanti anni trascorsi all’università per studiare la Parola di Dio. Tutto ciò aprì la strada a quella che poi sarà la vera esperienza americana, che trasformerà il suo intero essere.

Le cose stavano cambiando. Sebbene avesse raggiunto importanti traguardi con lo studio, ne  cominciò ad avvertire la precarietà. E per contro,era invaso da un forte desiderio della presenza di Dio nella sua pienezza.

Quest’apertura di cuore gli fece maturare anche l’idea di partire per la missione, esperienza che anche se ricca di valore, sarebbe sicuramente stata difficile per una persona spiritualmente non pronta.

L’aspetto che in particolar modo caratterizzò la vita di Wesley in questi anni, fu un senso d’insoddisfazione e di sfiducia in se stesso tanto forte da indurlo ad accettare la sfida di partire. Si rivelò poi come un’opportunità di ricevere nuove rivelazioni.

Intanto, nel periodo che precedette la sua partenza, continuò le sue attività sia all’università sia all’Holy Club.

 

L’esperienza americana

John ebbe l’opportunità di partire per l’America come cappellano in una colonia in Georgia. In accordo alla visione missionaria della famiglia e al desiderio di crescita spirituale, John salpò per l’America il 14 ottobre del 1735, pienamente consapevole della sua condizione, e del bisogno di ricevere qualcosa da Dio.

Portò con sé la sua personalità ardentemente metodista e durante il viaggio continuò a leggere, pregare e meditare con costanza. Fu proprio a bordo di quella nave che Wesley fece l’esperienza tanto desiderata.

Improvvisamente la nave si ritrovò nel pieno di una bufera e, il rischio di affondare, incusse grande spavento in tutto l’equipaggio. Lo stesso John fu colto da grande sgomento, ma allo stesso tempo rimase stupito dal comportamento di un gruppo di fratelli moravi provenienti dalla Germania che, nonostante la tempesta, in tutta calma pregavano e innalzavano inni al Signore. Dopo tal evento, iniziò in lui una tempesta interiore che lo sconvolse completamente.

In un colloquio col pastore del gruppo moravo, Wesley fu messo alle corde dalle sue parole, poiché gli fu parlato della salvezza. Proprio perché erano certi della salvezza ricevuta, replicò più volte il pastore,essi poterono affrontare serenamente la difficoltà presentatasi. Consapevole della sua condizione, Wesley non poté affermare di essere salvato!

Arrivati in Georgia, diede vita alla sua opera. L’approccio con la popolazione locale non fu duro, difatti le sue predicazioni, chiare e dirette, attirarono l’attenzione di molti, sempre disposti ad ascoltarlo rinunciando persino ai propri impegni.

La situazione si complicò quando i suoi sermoni incominciarono ad assumere una forma di buonismo e di auto giustificazione, mostrando una tendenza opposta a quella assunta in principio.

Riconobbe l’errore commesso solo più tardi, quando affermò: “mi sono rovinato con le mie mani“.

Oltre ai problemi legati alla predicazione, sorsero anche alcuni screzi con la popolazione locale, le cui denunce lo trascinarono dinanzi ad un giudice. Avvenimento questo che fece grande eco in tutta la Georgia, mettendo ben presto in discussione il suo ruolo di autorità spirituale.

Le varie difficoltà affrontate costrinsero John a ritornare in Inghilterra, terra che ben accolse un uomo tanto triste e sconfortato.

La delusione per Wesley fu grande ma, come ricorda l’apostolo Paolo in Romani 8:28, tutto cooperò al suo bene.

Quella dura esperienza fu per Wesley di estrema importanza. Difatti mise in discussione la sua religiosità formale e il fondamento della sua vita cristiana, facendogli avvertire per di più il vivo bisogno di un rinnovamento della sua mente (Romani 12:2), necessario per realizzare la salvezza.

Dopo lo studio della teologia a Oxford, John si confrontò con i fallimenti di una vita vissuta non più tra libri e teoria, ma tra le difficoltà di una vera vita cristiana.

Wesley avvertì il sincero bisogno di ricevere qualcosa di veramente grande valore, ma dovette attendere ancora qualche tempo per realizzarlo.

 

Il ritorno in Inghilterra

Tornato in Inghilterra, Wesley incontrò Peter Bohler, un missionario giunto sull’isola per adempiere il suo ministero. Questi svolse un ruolo di grande importanza per John, divenendo suo caro amico e consigliere. Bohler con schiettezza gli fece comprendere l’errore del suo pensiero e, ascoltando i suoi consigli, Wesley aprì il suo cuore e la sua mente al cambiamento. Da questo momento cambiarono i temi dei suoi sermoni, ormai sempre più incentrati sulla salvezza.

Decise poi di continuare su questa scia, essendo questo l’obiettivo prefisso.

 

Il cuore stranamente riscaldato

La meta tanto bramata da John fu raggiunta invece da suo fratello Charles che, leggendo il commentario di Lutero ai Galati, realizzò la salvezza.

Amareggiato, John non si perse però d’animo, ma continuò a cercare quanto ambito e, il momento tanto atteso, non tardò ad arrivare anche per lui. La sera del 24 maggio 1738, in una riunione di culto ad Aldersgatestreet, mentre si meditava sul testo di Romani cap. 1:1, Wesley realizzò realmente cosa significasse la giustizia di Dio, ricevendo così nel suo cuore la certezza personale della salvezza. Egli stesso affermò di aver sentito “il cuore stranamente riscaldato”. La sua vita ormai era come “abitata da una presenza nuova e divina”.

Wesley poté affermare, con certezza, di essere un vero cristiano pronto a combattere e realizzare vittoria su vittoria. Non a caso, il suo primo sermone predicato dopo il meraviglioso incontro con Dio, fu “È per grazia che siete stati salvati mediante la fede“.

 

Il vero ministero

Alcuni storici affermano che questa esperienza segnò la rottura tra Wesley e la chiesa anglicana, rottura da lui mai desiderata, ma provocata inevitabilmente dal cambiamento dei temi dei suoi sermoni. Iniziò così il rifiuto della chiesa anglicana. Gli furono chiuse le porte di ogni assemblea, gli fu impedito persino di predicare nella chiesa di suo padre, predicatore anglicano.

In questo momento delicato della sua vita, gli fu molto d’aiuto George Whitefield, suo amico d’infanzia e collaboratore nell’Holy Club, che più volte lo invitò a scendere con lui nelle piazze a predicare la parola di Dio. Inizialmente Wesley fece fatica a rinunciare agli onori del pubblico, ma poi accettò, dando così inizio a molte evangelizzazioni all’aperto. Fece un’esperienza veramente singolare quando predicò sopra la lapide del padre, forse sua unica proprietà, ma dalla quale nessuno avrebbe mai potuto scacciarlo.

Wesley non voleva creare divisione nella chiesa d’Inghilterra, ma i metodisti ormai reclamavano un proprio punto di riferimento.

Lo scisma definitivo avvenne con la “messa a nuovo” di una vecchia fonderia, punto di ritrovo per i metodisti per ben trentotto anni, poi sostituito dalla City Road Chapel.

Wesley divenne un uomo audace e temerario, capace di affrontare e vincere ogni attacco con la forza datagli da Dio. Con sagacia sopportò il distacco dal suo più grande amico di sempre, George Whitefield, che abbracciò il calvinismo al rientro da un’esperienza missionaria in America. Wesley e Whitefield non poterono più essere in pieno accordo su alcuni temi, quali la salvezza, l’elezione e la predestinazione.

Questo comportò un vero e proprio scontro. Whitefield lasciò così l’Holy Club, dando origine a un gruppo di metodisti di stampo calvinista. L’astio fu poi pienamente sanato, e lo stesso Wesley predicò al funerale del suo caro amico George Whitefield, il 30 settembre 1770.

 

Verso la gloria

E’ veramente difficile racchiudere in così poche pagine quanto quest’uomo, sotto la guida e l’unzione di Dio, è riuscito a fare. Il suo ministero è stato straordinario, le sue giornate sono state sempre ricche d’impegni e attività, dedicate completamente al Signore. Predicava tre volte al giorno. Sono circa 40.000 i sermoni predicati durante tutta la sua vita. Famose sono le sue cavalcate, grazie alle quali giungeva nei diversi posti a predicare il vangelo.

Il suo ministero è stato caratterizzato da un tema centrale: la santificazione, o meglio dire la perfezione.

Santificazione e perfezione furono argomenti centrali dei suoi sermoni, suoi obiettivi di vita.

Ormai ottantenne, John si lamentava di non poter più scrivere per quindici ore al giorno, ma il suo zelo gli diede vigore per svolgere il suo “ministero itinerante” fino a tarda età.

Ormai stanco, e consapevole di dover intraprendere il suo ultimo viaggio verso il cielo, predicò l’ultimo sermone nella City Road Chapel, il 2 marzo 1791. Le sue ultime parole pronunciate furono “io loderò!”, mentre era promosso alla gloria eterna.

 

Marco Passaro

Ultima modifica Giovedì 09 Dicembre 2010 16:51

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